"Dipingere è un modo di parlare di me" Lo confessa Efrain Vidal, trentottene artista peruviano trasferitosi in Italia da un paio d'anni" "Quello che vorrei con la mia pittura - continua - è trasmettere chi sono, cosa penso, come vedo il mondo, i sentimenti che ho e che mi consumano". I suoi oli esposti nella mostra "Quand le corps se fait ame", ospitata nella saletta d'Arte della torre dei Signori, sono, infatti altrettante cicatrici colorate impresse dalla vita sul suo amico d'artista. A cominciare dalle due tele- "Il momento di racogliere i pensieri" e "Prima c'erano due tazze sul tavolo" - inspirategli dall'amico Max Tanzarella recentemente scomparso. " La prima espiega - è stata dipinta quando era malato, e rappresenta un angelo a letto. Come in molti miei quadri c'è un sovvertimento delle leggi della fisica che riflette il fatto che ci sono tante cose in questo mondo che non riesco a capire. La seconda ricorda l'amicizia con Max, i momenti che non potremo più passare, nei caffe, a dissertare sulla vita". Diplomato nel 1993 alla facolta d'Arte della Pontificia Universita Catolica di Lima, Vidal oltre che in patria, ha già esposto in Venezuela, Brasile, Stati Uniti, Spagna, Svizzera e Gran Bretagna. Il trasferimento in Europa ha cambiato profondamente la sua pittura, che si può inserire nel filone dell'espressionismo astratto. Gli europei sono più aperti rispetto, per esempio, ai nordamericani che vedono l'opera d'arte come un semplice prodotto.
"Da quando sono in Italia sono diventato più autocritico. Anche i colori che uso, pur rimanendo vivace, non agrediscono, ma metono maggiormente in risalto emozioni e stati d'animo".
Gaetano Lo Presti
Periodista
Thursday, October 22, 2009
Sunday, October 18, 2009
La sapiente eloquenza del colore
Le tematiche che Efrain Vidal affronta, salvo un occasionale più libero arbitrio della sua immaginazione, attengono alle cose di cui facciamo uso, alle nostre dimore, all'ambiente, al paesaggio, alla realtà fisica e spirituale di uomini e donne. Non v'è, dunque, novità, nelle sue opere, riguardo ai soggetti trattati. Originale, invece, per molti aspetti, risulta il modo di metterli in scena sulla tela. Se li accorpiamo per categorie (gli oggetti, i paesaggi, le figure), balza all'evidenza come ciascuna di esse gli suggerisca il ricorso a specifiche modalità del suo linguaggio pittorico, duttile quanto basta, ferma la collaudata "sintassi" di fondo, ad assecondare ogni occorrenza espressiva. Gli strumenti della pittura servono ad Efrain Vidal non per restituirci la realtà nelle forme in cui s'imprime di solito sulla retina, ma per mettere in risalto il valore aggiunto che essa acquisisce nel proiettarsi dentro il laboratorio reattivo della sua sensibilità d'artista. In pratica, egli c'invita a scoprire, attraverso i suoi modelli interpretativi, sfaccettature del mondo reale che lo stesso non possiede, se non nella misura in cui gliele può conferire l'acuità visiva - tanto più elevata e perscrutante quanto più l'esperienza è fertile di rimpianti, nostalgie, ricordi ed anche avvertenze - non degli occhi, ma del cuore, dell'animo, della mente. L'artista, dunque, mentre prova gli accordi sulla tastiera emotiva, consegna al supporto pittorico immagini della realtà, dissezionate e ricomposte con un particolare procedimento combinatorio, alla cui regia la memoria, specola e vetrino della visione attuale, presiede, sorretta da improvvise associazioni, suggerite dall'esperienza, dalla cultura. Gli stati d'animo, i flussi umorali influiscono sulla scelta delle tonalità. Si concretano, in tal modo, rappresentazioni non cristallizzate nel disegno complessivo e nella trama cromatica ma rese partecipi di un movimento che, pur creandosi all'interno dell'osservatore - ci si riferisce ad una dislocazione spazio-temporale dovuta ai pro- cessi mnemonici, alle suggestioni indotte dal manufatto artistico -, viene percepito come appartenente alla sottesa tessitura delle opere stesse.
Il risultato pittorico si risolve, non di rado, in immagini che, di primo acchito, appaiono scombinate, costituite da strisce, bande, fantasiose geometrie, secondo la tecnica di uno stravagante collage men-tale, sciolto dai vincoli di un progetto figurativo ed attento più al profilo dei singoli frammenti che al concerto dell'insieme. Non appena si accomoda nella visione, l'occhio assiste allento e progressivo emergere delle forme significati- ve, del loro presentarsi con la forza icastica di fotogrammi, ritagliati dalla normale sequenza "narrativa" e giustapposti per ottenere alcunché di somigliante ad una sintesi iconografica della realtà. Un tale artificio può servire a mostrarci, addirittura, come l'anima delle cose rispecchi l'anima delle persone che su di esse lasciano i segni dell'uso quotidiano, anche della propria disattenzione, della fretta maldestra, della grossolanità. Parliamo di piccoli mobili - emblematico il comodino della nonna, per decenni rima- sto in servizio nel lontano Perù e, chi sa, non ancora giubilato -, divenuti i protagonisti assoluti di qualche dipinto. Quando l'estremo traguardo dell'obsolescenza si avvicina o è già scoccata l'ora del pensionamento funzionale, li rimiriamo con lo sguardo affettuoso dell'artista, percepiamo la sua nostalgia, smaniosa di ricondurre il tempo indietro, mentre, per l'effetto catalizzante dell'oggetto ripensato, addensa e sovrappone ricordi di atmosfere, di persone, ridesta palpiti antichi. Una simile tecnica e un simile fervore rivestono un ruolo preponderante in molte evocazioni di paesaggi e di figure umane. Riguardo ai primi, l'apporto nostalgico-emotivo non differisce, se non nell'intensità, da quello che incide nella rappresentazione degli oggetti d'uso. La natura, allora, anche nelle sue isolate presenze, quali due fiori che occupano l'intero spazio della tela, prende sembianze antropomorfe. Talvolta, si trasforma in scenario fiabesco o diventa un qualcos'altro da sé, una cornucopia di metafore, di sensi nascosti. Riguardo alle seconde, il linguaggio pittorico si piega all'esigenza di tradurre in immagine i tratti interiori del personaggio effigiato, i sogni che allietano le sue aspettative o il magico influsso della sua prorompente singolarità. Il dinamismo della scena e l'atmosfera surreale comportano l'uso di un più lieve fraseggio pittorico, un più soffuso impiego del colore. Alcuni ritratti non si discostano granché dalla riproduzione delle caratteristiche fisionomiche, non lasciate, tuttavia, indenni da un benevolo intento caricaturale che riesce a renderle spie evidenti di un'indole per qualche verso curiosa. AI pittore interessano gli individui meno scialbi e meno accomunabili.
Sia chiaro: gli esempi descritti non costituiscono nient'altro che un pallido tentativo di scoprire un minimo denominatore all'interno di un repertorio artistico, ricco di partiture e di variazioni sul tema, non precluso ad opere meno elaborate, vicine alla resa fotografica o, al contrario, riconducibili solo alla loro stessa autonoma concretezza. Si tratta di figurazioni germinate motu proprio nella mente del pittore e trasposte sulla tela, prima che si dissipino, per fissarvi con delicati tocchi di pennello la vaporosa sostanza cromatica di cui sembrano composte.
Talvolta, una voluta o casuale ambiguità espressiva rende perplessi riguardo alla possibile chiave di lettura. Da una finestra spalancata, dipinta in primo piano, lo sguardo si adagia su una piazza e scruta la via che sul Iato opposto si apre e s'inoltra. Una vecchietta che si regge col bastone interpreta da sola la presenza dell'uomo. "Museo" s'intitola il dipinto. Sorge, all'istante, una domanda: "Dove mi trovo? All'interno di un museo o in una stanza qualunque di paese o di città?. Nel primo caso, non c'è quasi scampo per chi voglia sfuggire a una interpretazione di segno negativo: fuori regna la vita mortificata, l'inattualità, si respira un clima da museo ammuffito; c'è più vita qui dentro, nel museo vero e proprio, dove abitano tanti spiriti quante sono le cose che vi sono custodite, disposti tutti a sonare una speciale arpa emotiva per ciascuno dei visitatori; qui si dialoga senza proferire sillaba, ci s'informa, ci si educa, ci si rasserena. Nel secondo caso, le posizioni s'invertono. Il concetto di museo quale struttura istituzionale si tinge di una venatura ironica. Il quadro non va letto, allora, come una denuncia di inadeguatezza del luogo deputato al compito di scuotere dall'apatia intellettuale, di risvegliare i rami sec- chi della mente con la trasfusione di una linfa racchiusa nelle opere d'arte e nelle reliquie del passato? Conviene, dunque, star fuori, percorrere piazze e vie che si costituiscono in museo autentico per chi sappia vedere? Oppure, il dipinto stigmatizza l'indifferenza della gente che diserta le gloriose sale, allineate di qua dalla fine-stra?
Non chiediamo all'autore quale sia la corretta interpretazione. Risponderebbe: "Decidete voi". In effetti, l'autentica opera d'arte sollecita una fruizione interattiva, un rapporto empatico; si carica, ogni volta, di un sovrappiù che appartiene alla sensibilità dell'osservatore e presenta, quindi, facce cangianti e imprevedibili. Occorre, del resto, abbandonare l'idea che l'artista domini e governi il farsi dell'opera, dal vagito iniziale al pieno compi- mento. Il prodotto della sua creatività può celargli alcuni o molti dei significati che si manifestano nel corso dell'esercizio interpretativo altrui.
Gli addetti ai lavori ravviseranno nell'opera di Efrain Vidal i lasciti di poderosi movimenti e di grandi figure che illustra- no la storia dell'arte. Non si fatica ad attribuirgli un'ispirazione espressionistica e a scoprire quale feconda lezione dell'astrattismo rinvigorisce la sua vena cromatica. Qualcuno potrebbe giungere a supporre che, dietro un paravento, sistemato nello studio di Efrain, si accucci il redivivo Jacques Villon, intento a magnificargli la stagione cubista e un olio che ebbe la ventura, nel 1912, di consegnare ai posteri, ossia l'Uomo che legge il suo giornale". È possibile una tale presenza? Poiché l'arte si nutre d'arte, ogni artista è debitore di qualcuno. Nella riscossione dei crediti subentra il pubblico. Gli si deve restituire con gli interessi. Ciò che si aggiunge al capitale ricevuto indica la misura della propria originalità. Anche Efrain Vidal ha contratto debito. Lo salda con mano generosa. A sentir lui, soltanto con la profusione dei colori. Aggiunge che la tavolozza a cui ricorre si fa veicolo della sua interiorità e di conseguenza gli appartiene e lo distingue. "I colori alimentano la mia anima giorno dopo giorno", afferma, "ed è grazie a loro che trovo la pace e la gioia di cui ho bisogno". I suoi colori: talora forti, non mai urlanti, talaltra boffici, sognanti, quasi eterei; colori del lessico familiare, colori semiotici e filosofici, colori in rima, colori che narrano, pensano, colori che palpitano, sorridono; colori senza tempo; gli insoliti soliti colori: i colori di Efrain.
Il risultato pittorico si risolve, non di rado, in immagini che, di primo acchito, appaiono scombinate, costituite da strisce, bande, fantasiose geometrie, secondo la tecnica di uno stravagante collage men-tale, sciolto dai vincoli di un progetto figurativo ed attento più al profilo dei singoli frammenti che al concerto dell'insieme. Non appena si accomoda nella visione, l'occhio assiste allento e progressivo emergere delle forme significati- ve, del loro presentarsi con la forza icastica di fotogrammi, ritagliati dalla normale sequenza "narrativa" e giustapposti per ottenere alcunché di somigliante ad una sintesi iconografica della realtà. Un tale artificio può servire a mostrarci, addirittura, come l'anima delle cose rispecchi l'anima delle persone che su di esse lasciano i segni dell'uso quotidiano, anche della propria disattenzione, della fretta maldestra, della grossolanità. Parliamo di piccoli mobili - emblematico il comodino della nonna, per decenni rima- sto in servizio nel lontano Perù e, chi sa, non ancora giubilato -, divenuti i protagonisti assoluti di qualche dipinto. Quando l'estremo traguardo dell'obsolescenza si avvicina o è già scoccata l'ora del pensionamento funzionale, li rimiriamo con lo sguardo affettuoso dell'artista, percepiamo la sua nostalgia, smaniosa di ricondurre il tempo indietro, mentre, per l'effetto catalizzante dell'oggetto ripensato, addensa e sovrappone ricordi di atmosfere, di persone, ridesta palpiti antichi. Una simile tecnica e un simile fervore rivestono un ruolo preponderante in molte evocazioni di paesaggi e di figure umane. Riguardo ai primi, l'apporto nostalgico-emotivo non differisce, se non nell'intensità, da quello che incide nella rappresentazione degli oggetti d'uso. La natura, allora, anche nelle sue isolate presenze, quali due fiori che occupano l'intero spazio della tela, prende sembianze antropomorfe. Talvolta, si trasforma in scenario fiabesco o diventa un qualcos'altro da sé, una cornucopia di metafore, di sensi nascosti. Riguardo alle seconde, il linguaggio pittorico si piega all'esigenza di tradurre in immagine i tratti interiori del personaggio effigiato, i sogni che allietano le sue aspettative o il magico influsso della sua prorompente singolarità. Il dinamismo della scena e l'atmosfera surreale comportano l'uso di un più lieve fraseggio pittorico, un più soffuso impiego del colore. Alcuni ritratti non si discostano granché dalla riproduzione delle caratteristiche fisionomiche, non lasciate, tuttavia, indenni da un benevolo intento caricaturale che riesce a renderle spie evidenti di un'indole per qualche verso curiosa. AI pittore interessano gli individui meno scialbi e meno accomunabili.
Sia chiaro: gli esempi descritti non costituiscono nient'altro che un pallido tentativo di scoprire un minimo denominatore all'interno di un repertorio artistico, ricco di partiture e di variazioni sul tema, non precluso ad opere meno elaborate, vicine alla resa fotografica o, al contrario, riconducibili solo alla loro stessa autonoma concretezza. Si tratta di figurazioni germinate motu proprio nella mente del pittore e trasposte sulla tela, prima che si dissipino, per fissarvi con delicati tocchi di pennello la vaporosa sostanza cromatica di cui sembrano composte.
Talvolta, una voluta o casuale ambiguità espressiva rende perplessi riguardo alla possibile chiave di lettura. Da una finestra spalancata, dipinta in primo piano, lo sguardo si adagia su una piazza e scruta la via che sul Iato opposto si apre e s'inoltra. Una vecchietta che si regge col bastone interpreta da sola la presenza dell'uomo. "Museo" s'intitola il dipinto. Sorge, all'istante, una domanda: "Dove mi trovo? All'interno di un museo o in una stanza qualunque di paese o di città?. Nel primo caso, non c'è quasi scampo per chi voglia sfuggire a una interpretazione di segno negativo: fuori regna la vita mortificata, l'inattualità, si respira un clima da museo ammuffito; c'è più vita qui dentro, nel museo vero e proprio, dove abitano tanti spiriti quante sono le cose che vi sono custodite, disposti tutti a sonare una speciale arpa emotiva per ciascuno dei visitatori; qui si dialoga senza proferire sillaba, ci s'informa, ci si educa, ci si rasserena. Nel secondo caso, le posizioni s'invertono. Il concetto di museo quale struttura istituzionale si tinge di una venatura ironica. Il quadro non va letto, allora, come una denuncia di inadeguatezza del luogo deputato al compito di scuotere dall'apatia intellettuale, di risvegliare i rami sec- chi della mente con la trasfusione di una linfa racchiusa nelle opere d'arte e nelle reliquie del passato? Conviene, dunque, star fuori, percorrere piazze e vie che si costituiscono in museo autentico per chi sappia vedere? Oppure, il dipinto stigmatizza l'indifferenza della gente che diserta le gloriose sale, allineate di qua dalla fine-stra?
Non chiediamo all'autore quale sia la corretta interpretazione. Risponderebbe: "Decidete voi". In effetti, l'autentica opera d'arte sollecita una fruizione interattiva, un rapporto empatico; si carica, ogni volta, di un sovrappiù che appartiene alla sensibilità dell'osservatore e presenta, quindi, facce cangianti e imprevedibili. Occorre, del resto, abbandonare l'idea che l'artista domini e governi il farsi dell'opera, dal vagito iniziale al pieno compi- mento. Il prodotto della sua creatività può celargli alcuni o molti dei significati che si manifestano nel corso dell'esercizio interpretativo altrui.
Gli addetti ai lavori ravviseranno nell'opera di Efrain Vidal i lasciti di poderosi movimenti e di grandi figure che illustra- no la storia dell'arte. Non si fatica ad attribuirgli un'ispirazione espressionistica e a scoprire quale feconda lezione dell'astrattismo rinvigorisce la sua vena cromatica. Qualcuno potrebbe giungere a supporre che, dietro un paravento, sistemato nello studio di Efrain, si accucci il redivivo Jacques Villon, intento a magnificargli la stagione cubista e un olio che ebbe la ventura, nel 1912, di consegnare ai posteri, ossia l'Uomo che legge il suo giornale". È possibile una tale presenza? Poiché l'arte si nutre d'arte, ogni artista è debitore di qualcuno. Nella riscossione dei crediti subentra il pubblico. Gli si deve restituire con gli interessi. Ciò che si aggiunge al capitale ricevuto indica la misura della propria originalità. Anche Efrain Vidal ha contratto debito. Lo salda con mano generosa. A sentir lui, soltanto con la profusione dei colori. Aggiunge che la tavolozza a cui ricorre si fa veicolo della sua interiorità e di conseguenza gli appartiene e lo distingue. "I colori alimentano la mia anima giorno dopo giorno", afferma, "ed è grazie a loro che trovo la pace e la gioia di cui ho bisogno". I suoi colori: talora forti, non mai urlanti, talaltra boffici, sognanti, quasi eterei; colori del lessico familiare, colori semiotici e filosofici, colori in rima, colori che narrano, pensano, colori che palpitano, sorridono; colori senza tempo; gli insoliti soliti colori: i colori di Efrain.
Dionisio Da Pra
Critico d’arte
Critico d’arte
Interpretando lo cotidiano
La pintura contemporánea ha ido evolucionando a gran velocidad, en estos últimos cuarenta años, hacia especulaciones increíbles, y el Perú no ha sido ajeno a estas influencias, tal cual lo demuestran las frecuentes exposiciones de jóvenes pintores peruanos afincados en la llamada pintura conceptual, uno de ellos es Efraín Vidal que, en la actualidad, y con el auspicio del El Peruano exhibe su obra en la galería Praxis de Barranco.
Varias decenas de cuadros que ocupan el primer y segundo piso de la galería demuestran y ponen de relieve las evidentes cualidades para el manejo del color de este artista, con una frescura que equilibra la propuesta de su estilo fragmentado y con perspectivas dislocadas, con la finalidad de articular una iconografía que, a veces, toca la vertiente del humor; otras logrando que este se revele con una acidez cercana a la denuncia y al testimonio sacado de la respiración difusa de lo cotidiano y hasta marginal desde donde la figura humana, deformada por la naturaleza del trazo, hace que la obra se enriquezca por medio de la disposición de los elementos: aviones, muebles, juguetes de los niños, cacharros domésticos de las cocinas, las cocinas mismas, las mesa del comedor, los platos con alimentos, los asientos y confortables donde reposan sus personajes. Todo este arsenal, y mucho mas, determina una propuesta que revela a este pintor con una muy peculiar manera de ver el mundo que lo rodea, interpretando una realidad que lo agrede, lo afecta, lo conmueve, pero también origina que el artista devuelva, a través de sus medios, este universo enigmático y sugestivo, por el vehículo que le otorga su arte.
Es cierto que en esta abundante obra que se expone en Praxis es suficiente, de sobra, para entender que estamos ante un pintor de una inagotable imaginación, en la que los sueños también tienen su cabida, incluso, las pesadillas y, porque no decirlo, los mismos delirios, sobre todo en aquellos lienzos que se pueden ver en el segundo piso. Uno de ellos, la abuela, por ejemplo, con la cocina a gas, el cucharón, la olla, la mesa, la torta depositada en la puerta abierta del horno, nos permite llegar a la especulación connotativa del discurso iconográfico de Vidal, porque esos elementos así planteados en la superficie del cuadro, nos entregan un mensaje que esta mas allá de sus contenidos individuales.
Pero además, también en el segundo piso nos encontramos con una serie de cuadros en los que aparecen personajes vestidos pero sin rostro y, en algunos casos también decapitados pero con las manos y pies, como garras saliéndole de las bocas de las mangas del saco y de los pantalones, como sucede con uno de los cuadros mas impactantes: Grover Gambarini y Hudson Valdivia, brindando o también en ese otro lienzo: bajo la mesa, con perros agazapados, ladrando.
El cuadro mas ambicioso es un díptico titulado : profesora a tiempo completo, en el que, una vez mas, los elementos de su iconografía entregan un mensaje mayor y personal, a través del cual Efraín Vidal, por medio de las relaciones funcionales de estos elementos, nos lleva de la mano a un universo de soledad y de precariedad.
Travieso de padre y madre es otro cuadro que nos regresa al humor, al sentido lúdico con el que a veces este pintor plantea el desarrollo de sus temas: aquí, un viejo disfrazado de payaso, juega, subido en un balón tratando de lograr el equilibrio.
Cada cuadro de Vidal es un pequeño mundo, la suma de todos le garantiza, sin ninguna duda, la solidez de su creación futura.
José Antonio BravoVarias decenas de cuadros que ocupan el primer y segundo piso de la galería demuestran y ponen de relieve las evidentes cualidades para el manejo del color de este artista, con una frescura que equilibra la propuesta de su estilo fragmentado y con perspectivas dislocadas, con la finalidad de articular una iconografía que, a veces, toca la vertiente del humor; otras logrando que este se revele con una acidez cercana a la denuncia y al testimonio sacado de la respiración difusa de lo cotidiano y hasta marginal desde donde la figura humana, deformada por la naturaleza del trazo, hace que la obra se enriquezca por medio de la disposición de los elementos: aviones, muebles, juguetes de los niños, cacharros domésticos de las cocinas, las cocinas mismas, las mesa del comedor, los platos con alimentos, los asientos y confortables donde reposan sus personajes. Todo este arsenal, y mucho mas, determina una propuesta que revela a este pintor con una muy peculiar manera de ver el mundo que lo rodea, interpretando una realidad que lo agrede, lo afecta, lo conmueve, pero también origina que el artista devuelva, a través de sus medios, este universo enigmático y sugestivo, por el vehículo que le otorga su arte.
Es cierto que en esta abundante obra que se expone en Praxis es suficiente, de sobra, para entender que estamos ante un pintor de una inagotable imaginación, en la que los sueños también tienen su cabida, incluso, las pesadillas y, porque no decirlo, los mismos delirios, sobre todo en aquellos lienzos que se pueden ver en el segundo piso. Uno de ellos, la abuela, por ejemplo, con la cocina a gas, el cucharón, la olla, la mesa, la torta depositada en la puerta abierta del horno, nos permite llegar a la especulación connotativa del discurso iconográfico de Vidal, porque esos elementos así planteados en la superficie del cuadro, nos entregan un mensaje que esta mas allá de sus contenidos individuales.
Pero además, también en el segundo piso nos encontramos con una serie de cuadros en los que aparecen personajes vestidos pero sin rostro y, en algunos casos también decapitados pero con las manos y pies, como garras saliéndole de las bocas de las mangas del saco y de los pantalones, como sucede con uno de los cuadros mas impactantes: Grover Gambarini y Hudson Valdivia, brindando o también en ese otro lienzo: bajo la mesa, con perros agazapados, ladrando.
El cuadro mas ambicioso es un díptico titulado : profesora a tiempo completo, en el que, una vez mas, los elementos de su iconografía entregan un mensaje mayor y personal, a través del cual Efraín Vidal, por medio de las relaciones funcionales de estos elementos, nos lleva de la mano a un universo de soledad y de precariedad.
Travieso de padre y madre es otro cuadro que nos regresa al humor, al sentido lúdico con el que a veces este pintor plantea el desarrollo de sus temas: aquí, un viejo disfrazado de payaso, juega, subido en un balón tratando de lograr el equilibrio.
Cada cuadro de Vidal es un pequeño mundo, la suma de todos le garantiza, sin ninguna duda, la solidez de su creación futura.
Periodista
A proposito de la primera exhibicion en Praxis
Efraín Vidal forma parte de una promoción destacada de la Universidad Católica. La suya era una de esas raras ocasiones en las cuales se podía apreciar a talentosos egresados que permitían vislumbrar su futuro aporte a la plástica del Peru.Vidal desde entonces sobresalía por diversas razones, entre las cuales pudieramos anotar su luminosidad, un clima veladamente onírico y un humor poco usual dentro de una generación proclive al dramatismo. Si a todo ello unimos la imaginación que se manifiesta en su iconografía, tendremos como resultado a una obra de ternuras, cuadros de espacios límpidos, pinceladas apasionadas y el juego del placer visual. Vidal es el primero de sus compañeros que hace una individual. En tiempos menos acelerados hubiera podido lucir prematuro este encuentro con el publico. Y sin embargo no soy de los que, necesariamente, lo consideran así. Si un artista tiene la suficiente coherencia para mostrar sus
sueños y la urgencia para revelarlos, pues en buena hora. Nada mejor que el enfrentamiento de las ideas para acelerar el proceso de maduración que debemos experimentar todos, cualquiera sea el oficio a que hemos decidido dedicar nuestra vida.
sueños y la urgencia para revelarlos, pues en buena hora. Nada mejor que el enfrentamiento de las ideas para acelerar el proceso de maduración que debemos experimentar todos, cualquiera sea el oficio a que hemos decidido dedicar nuestra vida.
Vidal tiene talento y algo más. Es un hombre joven que sabe pintar bien. Si a ello le sumamos esa extraña cualidad de la imaginación vemos que su exposición es un rico encuentro de ideas iniciales con un publico que debe recibir esta propuesta, avizorando a un artista que al dar su primer paso, adquiere un compromiso serio consigo mismo y con una colectividad que demanda su continuidad.
Su mitología urbana, su humor a veces críptico, su empeño en impregnar de ilusión a la cotidianidad permiten ser optimistas con un joven que da un primer paso con seguridad. Las virtudes de Vidal permiten ser auspiciosos con el futuro que podemos esperar de él.
Luis Lama
Presidente Asociación
Internacional Críticos de Arte
Sección Perú
El comercio
Responding to a natural intuition , in his case deprived of adjectival rhetoric, Efrain Vidal unfolds a visual language where the search for representation is not attempted, he rather pries into that place further - and - nearer not only for characters, surroundings, objects and even simple situations, to find and reveal that complex world of relation that make up their very meaning.
For this he has developed his own operative equipment: the distortion that simplifies and levels, winking at what is comfortable for being known and identifiable (see the interpretation of perspective with which he renders spaces), a brilliant and lively colour, lovingly treated by veiling and lovely shades and, above all the use of humour and irony closer to the clean glance than to any tinted with affectation.
Reality of what is visual, of the painting as a part of the world rather than an approximation to it, in his strange tables, his almost impossible houses, his human angels with used wings, in these symbolic shoes inhabited by experience, in the sewing machine, in the chair, the racks, the windows, even in the spaces ever closer to delicate abstractions, light and shadow in dialogue and coexistence tint and reveal, as Merleau-Ponty wished, that "inner animation, this resplendence of what is visible".
Elida Romàn
Art Critic
Art Critic
"Mi dia de Mantequilla"
Efrain Vidal introduces us a set of large and medium-sized oil paintings showing the artist's remarkable innate abilities with respect to the way in which he handles colour and space. These abilities became evident several years before finishing his studies at the Faculty of Arts.
Vidal's case is unusual since it reveals a precocious and uncommon maturity, and shows a consistent and independent proposal. The natural flow of images and colours makes us feel the artist's talent is natural and it has been with him forever.
Efrain's paintings reveal the hidden aspects of human behaviour. His work makes evident the real motive of personal and interpersonal relationships and actions. It is as if it were a psychological scrutiny in which the painting starts to form part of life itself, accompanying and making one's existence easier. This is done in order to make life understandable and not in order to express, reflect or interpret it. Once we understand the real motive, or what is hidden behind the external manifestation of the events, part of the world's absurdity and irrationality can be figured out, and there is a catharsis and emotional cleansing that reduces and soothes internal conflicts.
Vidal seems to present life as a game played by adults usually looking like children or that have some child-like attributes. Vidal shows us characters, situations, and daily family and social life experiences. As usual, the artist has also created a set of paintings of indoor settings with no characters but where objects with intense human traits appear.
The absurd and contradictory are often present in the scene or theme of painting. This is expressed by his funny or bizarre characters, by the lack of harmony found in their behaviour, or simply because the individual appears holding, roughly, but naturally, the motive (or its representation) for his actions. All of this is always accompanied by refined sense of humour.
These contradictions has no harsh, nor are they confusing or oppressing, on the contrary, after careful observation, it is clear that the paradox contained in the paintings soothes and calm
The paintings with indoor settings show objects indicating a state of mind. Sometime the objects allude to muffled dreams or goals, and also reflect the intention of their owner or users.
In these paintings human beings are also sensed or perceived thanks to the trace left as a result of their actions or lack of action (the arrangement of furniture in the rooms, objects left on or under the table or bed, etc).
Colour plays an important role in the treatment and transfer of the sensitive nature of the scene. Hope dreams, longings and desires, reinforced by a tender, intimate colour, are some of the expressions of his inner being that can be found in the artist's work. Although Vidal uses strong, bright and vivid colours these are not wounding. The way he handles perspective, placing and construction of space, so characteristic of his work, instil in us an existential, internal, emotional, deep and intimate feeling.
Efrain Vidal's work presents a very personal, mature and sharp creation in terms of the weight of life's experience revealed in it and it reminds us of the existentialist view of art by which art consist of placing truth in art pieces.
Roberto Asconiga
Director Galeria Praxis
Lima
Director Galeria Praxis
Lima
Efraín Vidal allo Europ’Art di Ginevra
C’era una volta una nuvola in una stanza, un uomo senza testa, un letto nel cielo. C’erano anche case impossibili, angeli umani e biciclette appese a mezz’aria. Tutto fluttuava nel colore, sospeso senza tempo in un mondo di fiaba.
Così è la pittura di Efraín Vidal: una favola che non può esistere se non nella nostra immaginazione. È rappresentare la vita come un gioco fra adulti che vedono il mondo con gli occhi dei bambini di un tempo. Occhi meravigliati, sguardi curiosi, lenti d’ingrandimento su infiniti particolari quotidiani. L’autore peruviano è un “pittore di emozioni” e mette in scena sulle sue tele personaggi, oggetti, esperienze comuni e familiari, in cui si avverte il ricordo caldo della sua terra, dell’infanzia e delle persone a lui care. La rappresentazione di oggetti inanimati non implica infatti l’assenza di figure umane: ogni elemento è impregnato della presenza umana con cui è venuto a contatto e attraverso questa si anima e prende vita.
L’uso della pittura per la comprensione della vita stessa è per Vidal il primo, fondamentale passo verso l’accettazione dell’assurdità e dell’irrazionalità presenti nel mondo e il suo percorso artistico si snoda attraverso un’innata abilità nell’utilizzo del colore e un uso personale della prospettiva e della costruzione dello spazio. I colori forti, anche se mai urlati, i giochi di luce e ombra, le pennellate spesse e dense di colore che rendono l’idea del movimento, la trasposizione di piccoli spazi reali in una dimensione che sfiora l’infinito si proiettano sulla tela in una prospettiva inconsueta e offrono allo spettatore istantanee vivaci di un mondo tutto interiore, intimo e profondo.
Elisa Ricci
Critico d'arte
Torino 2005
Critico d'arte
Torino 2005
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